Per migliorare punto alla perfezione!

23 giugno 2024 by Emiliano Adinolfi

Quando Vanni Sartini, allenatore dei Vancouver Whitecaps, dice che il suo modo di essere allenatore riflette a pieno la sua persona non si fa fatica a capire il perché. La sua passione e il suo modo viscerale di parlare e vivere di calcio riflettono a pieno la definizione di “coach ultras” affibbiatagli dalla stampa canadese.

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Alle spalle della scrivania del suo campeggia una foto con una scritta. Si tratta di un verbo in prima persona plurale, in lingua italiana: “ANDIAMO!”. E’ scritto proprio così, in stampatello maiuscolo, cercando di riprodurre il più fedelmente possibile la carica di chi quell’espressione l’ha utilizzata al termine del discorso fatto alla propria squadra a pochi minuti dal suo match d’esordio nella massima competizione americana.

“E’ un’espressione che mi è uscita spontanea, nella mia lingua madre” mi spiegherà mister Santini. “Le telecamere l’hanno ripresa e fra i tifosi è subito diventata virale, tanto che ancora adesso mi fermano per strada urlandomi “Andiamo!”. Alcuni fra i nostri supporter hanno anche creato una linea di magliette e felpe con questa scritta. Ho partecipato con piacere a quest’iniziativa, devolvendo la mia parte di guadagno ad un’associazione della città che si occupa della cura di cani e gatti randagi. Le felpe le indosso anche in panchina, mi piacciono.”

Mister, iniziamo inquadrando quella che è stata la tua parabola formativa e professionale che ti ha portato sulla panchina dei Vancouver Whitecaps, in MLS.

Formativa è la parola più importante della domanda. Il primo passo verso la carriera da allenatore avvenne quando ancora giocavo nei campionati dilettantistici di Firenze, la mia città. Dopo essermi laureato ed aver conseguito un master in management dello sport, ebbi la possibilità di entrare, a 27 anni, alla scuola di Coverciano. Lavorando nel Centro studi e ricerche del Settore Tecnico ho condotto moltissime indagini sui settori giovanili in giro per l’Europa, piuttosto che sulle novità tattiche che stavano prendendo piede in altri Paesi e questo ha ampliato enormemente il mio bagaglio di conoscenze.

Terminata la carriera da giocatore, iniziai ad allenare, restando sempre nel contesto dei dilettanti della mia città e, contestualmente, continuando la collaborazione con la scuola allenatori di Coverciano. Nel 2010 accaddero due avvenimenti che influenzarono enormemente il mio futuro da allenatore: l’istituzione del Uefa Study Group Scheme – attualmente denominato Uefa Share – un programma di scambio culturale a cui partecipai in rappresentanza dell’Italia, e la nomina di Renzo Ulivieri a capo della Scuola Allenatori. Considero Renzo il mio mentore, la persona a cui sono più grato nel mondo del calcio per il fatto di aver visto qualcosa in me. Furono anni davvero formativi, in cui allenavo fra i dilettanti ma al contempo viaggiavo per confrontarmi con i top allenatori a livello mondiale e per vedere i loro allenamenti, come feci con Klopp per esempio.

Nel frattempo continuai a formarmi e partecipai ai corsi Uefa A e Uefa PRO dove conobbi Davide Nicola, che mi volle con sè a Livorno, dove feci prima l’analista tattico e successivamente il secondo. Alla fine del 2015 decisi di non seguire il mister nell’avventura a Bari e iniziai attivamente a cercare qualche opportunità all’estero. Nacque l’opportunità della federazione americana, che allora stava rinnovando i quadri dirigenziali per rilanciare la propria scuola allenatori, e iniziai come docente nella formazione dei nuovi tecnici a livello Pro. Questo mi aprì una nuova dimensione professionale che portò alla chiamata dei Vancouver Whitecaps, con il quale iniziai come vice allenatore e responsabile del settore giovanile, fino a che nel 2021 venni chiamato a stagione in corso ad assumere la guida della prima squadra. Inizialmente si trattava di una soluzione temporanea ma i buoni risultati raggiunti convinsero la dirigenza a confermarmi come capo allenatore. In due anni e mezzo siamo riusciti a vincere due volte la Coppa del Canada e raggiungere in due occasioni i playoff MLS, fino a quel momento mai raggiunti dal club.

Quanto hanno influito sul tuo modo di essere allenatore il background formativo nel Centro Studi e Ricerche di Coverciano ed il lavoro svolto con i giovani?

Il fatto che io abbia dovuto studiare ogni giorno per lavoro mi ha permesso di avere, una volta che mi è capitata l’occasione giusta, strumenti più appropriati di altri allenatori che provenivano da percorsi differenti.

Ritengo che ogni allenatore dovrebbe avere l’ambizione di voler sapere tutto del calcio. E’ qualcosa di possibile? No, però bisogna fare il possibile affinchè lo possa diventare, studiando e formandosi su tutti gli aspetti, quello tattico, metodologico, psicologico, della comunicazione…

La mia seconda fortuna è stata quella di poter fare il docente per gli allenatori. Nei panni di insegnante ho dovuto parlare molto, cercando di trasmettere i concetti nella maniera più chiara possibile e mettermi a disposizione degli altri. Da docente la cosa più gratificante è vedere i tuoi tecnici crescere e migliorare. Lo stesso che mi accade ora da allenatore capo.

Se tu mi chiedessi quale sarebbe il mio desiderio una volta scaduto il mio contratto con i Vancouver Whitecaps ti risponderei che vorrei tornare a studiare come in passato in maniera ancor più approfondita.

In che modo si concretizzerebbero questi studi?

Ci sono molte possibilità di studio. Oggi esistono diverse fonti di informazione specifiche – penso alla rivista Il Nuovo Calcio per esempio – ma in generale credo che l’aspetto fondamentale sia l’essere aperti e portare la propria esperienza attraverso uno scambio diretto di idee e metodologie con gli allenatori. Non sono un grande amante dell’andare in giro solamente per guardare gli allenamenti. Ritengo sia molto più efficace avere l’opportunità di parlare e confrontarmi con un allenatore.

Anzi, sono convinto che ogni allenatore Uefa Pro debba ripetere il proprio percorso di studi ogni cinque anni. Il calcio è in continua evoluzione e studiare costantemente è necessario. Bisogna studiare qualsiasi cosa, non necessariamente inerente in maniera diretta col calcio. Nel mio caso per esempio è risultato fondamentale il sapere fluentemente più lingue.

Qual è la tua concezione di allenatore?

Nella scuola allenatori qui negli Stati Uniti dicevamo che un allenatore dovrebbe essere un teacher, cioè un maestro, un leader ed un manager. Credo che per ogni allenatore le tre percentuali dovrebbero essere differenti e ritengo anche che debba essere aggiunta una quarta caratteristica, che è quella del filosofo.

L’allenatore deve portare avanti questo intento attraverso il gioco e in primis lo farà insegnando la sua idea di calcio.

Dovrà poi essere un leader, facendo in modo che la propria idea di conduzione di un gruppo possa essere recepita dai propri giocatori.

Diventa invece un manager quando viene chiamato a dover gestire situazioni in cui la sua figura non è più in posizione di leader: penso ai rapporti con la società, la stampa, i tifosi, il direttore sportivo.

Probabilmente l’allenatore ideale è un top nella gestione di tutti questi aspetti, ma moltissimi sono eccelsi in alcune aree e meno in altre. L’importante è che il tecnico sia in grado di compiere un esame introspettivo su dove e come deve migliorare. Al termine della mia prima stagione da capo allenatore mi accorsi che alcuni problemi che ebbi durante l’anno nascevano da una cattiva gestione dei rapporti con il direttore sportivo e con la proprietà. Feci dunque un piano di lavoro, una sorta di lista di propositi con i relativi mezzi operativi per attuarli, e questo mi ha portato enormi benefici.

Possiamo identificare uno di questi aspetti?

Adesso prima di ogni partita mando una mail al direttore sportivo e alla proprietà dettagliando le scelte di formazione, di sistema di gioco, il piano gara e tutto ciò che mi aspetto dalla partita. Questo ha migliorato di molto la mia comunicazione, eliminando molti aspetti che potevano creare malintesi sull’interpretazione della gestione di alcune situazioni.

Questo lavoro introspettivo pone alla base di tutto un elemento fondamentale per una buona leadership, che è l’umiltà.

E’ vero. Credo che sia un tratto caratteriale, ma anche un qualcosa che si può migliorare. A me ha aiutato molto il fatto di aver sempre consigliato agli aspiranti tecnici dei miei corsi di fare sempre un’autovalutazione del proprio lavoro il più formale possibile. Avendo fatto fare ad altri per anni so quanto sia importante farlo.

Diventa fondamentale anche nella scelta dei propri collaboratori. Un bravo allenatore dovrebbe sempre scegliere collaboratori migliori di lui in determinati campi.

Ultimamente c’è la tendenza a catalogare gli allenatori in funzione del loro stile di leadership. Come definiresti il tuo?

La leadership è importante, ma in alcuni casi credo che venga sopravvalutata. Ultimamente nel modo di pensare del fare l’allenatore sembra che essere un leader sia la cosa più importante, quando la cosa principale rimane quella di sapere di calcio.

Come ti dicevo in precedenza in passato ho avuto la fortuna di vedere dal vivo tanti allenatori all’opera e osservare tanti stili di leadership differenti. Non esiste una “meccanica” di leadership migliore di un altra. Ci sono però delle cose per me fondamentali che devono essere sempre presenti.

La prima è avere una spiccata empatia. Senza empatia non si può essere allenatore.

La seconda è che bisogna essere il più vero possibile con se stessi, essere allenatori senza recitare nessun ruolo. Io sono una persona a cui piace scherzare, connettersi, entrare in sintonia con gli altri e quindi devo riflettere questo.

Per quanto mi riguarda ci sono aspetti caratterizzanti della persona che mi definiscono di conseguenza come stile di leadership. Per me il leader è la squadra, il team, la nostra filosofia di gioco. Non credo negli uomini forti, ma credo alle aggregazioni di persone e alla forza delle idee.

Ci sono moltissime aree in cui l’allenatore non è il leader. Quando io alla mattina arrivo al campo d’allenamento, per esempio, mi confronto con il nostro magazziniere, che è colui che si interfaccia direttamente con il personale addetto alla cura dei campi di gioco. Una volta che gli illustro il programma d’allenamento mi convoglia su un campo piuttosto che su un altro. In quel momento è lui il leader, non io. Allo stesso modo il team manager per quanto riguarda le programmazioni delle trasferte. Sono aspetti in cui io non ci metto bocca. L’essere allenatore non mi fornisce il diritto di interferire con il loro lavoro.

Nella gestione della comunicazione interna, è meglio personalizzare la comunicazione o è più indicato orientarla a livello collettivo?

Non si può parlare con tutti allo stesso modo e per questo è necessario essere empatici. Ognuno ha il suo canale di comunicazione.

Lavorare in MLS ha cambiato alcuni aspetti del tuo modo di essere allenatore?

Moltissimi. Allenare in MLS comporta molti aspetti che rendono il lavoro differente da quello che è il modello europeo. Sostanzialmente possiamo identificare tre grandi differenze.

La prima è quella delle regole. La composizione del roster, che  prevede un numero massimo di calciatori sotto contratto – 20 calciatori “senior” e non più di 10 con contratti ai minimi federali, posti solitamente lasciati per i ragazzi usciti dalle università o provenienti da leghe minori – e il salary cup – un tetto di spesa tassativamente non sforabile – rendono il ruolo dell’allenatore molto differente rispetto alle altre parti del mondo. In caso di necessità, prima di poter intervenire sul mercato comprando giocatori è necessario vendere. Non sempre però c’è questa possibilità, le altre squadre sono nelle stesse condizioni e il trasferimento di giocatori è dunque meno frequente.

Alla luce di questa minor flessibilità di trasferimento rispetto alle altre parti del mondo, per me è necessario essere molto di più un maestro. Se un giocatore a mia disposizione non mi sembra inizialmente idoneo al mio progetto tecnico ho il dovere di lavorarci per recuperarlo, perché intervenire attraverso il mercato può non essere possibile.

La seconda differenza risiede nella struttura del campionato, che non prevede retrocessioni. Questo permette all’allenatore di avere inevitabilmente più tempo per portare avanti le proprie idee e lavorare sulla propria filosofia di gioco.

La terza è il calendario. Il campionato MLS è caratterizzato innanzitutto da trasferte molto lunghe e con cambiamenti climatici importanti. Si passa dal clima estivo della Florida al giocare a Toronto con temperature dimezzate.

Ma l’aspetto principale è l’organizzazione del calendario stesso, che viene stilato “incastrandolo” con quelli degli altri grandi sport americani, basket e football. Quando gli impegni fra le diverse leghe si accavallano, in MLS si gioca una sola volta a settimana. Da giugno a settembre invece, quando basket e football sono fermi e si ha più possibilità di avere copertura televisiva, si giocano circa sette partite al mese, un numero di impegni che non garantisce la possibilità di allenarsi con continuità.

Questo significa che in questa parte centrale del campionato assume moltissima importanza l’avere una consistenza tattica, un progetto di gioco solido che va implementato fin dal principio, a scapito della flessibilità tattica che ti permette di variare di partita in partita in funzione dell’avversario.

Adesso lavoro su due sistemi di gioco e li porto avanti fino al termine, a meno di casi estremi in cui sia necessario cambiare. Quest’anno (l’inizio stagione per i Vancouver Whitecaps sarà a febbraio il primo turno di CONCACAF Champions League contro i messicani del Tigres) lavoreremo sul 4-3-1-2 e sul 3-5-2.

L’avere un sistema base con la difesa a 3 ed uno alternativo con la linea a 4 è voluto?

Sì, è voluto perchè cambia il modo di difendere e di costruire. Quello che vorrei mantenere sempre è il centrocampo a 3, che lo scorso anno ci ha dato grandi benefici.

In generale però è necessario essere flessibile mantenendo intatti i propri principi non negoziabili.

Quali sono i tuoi principi non negoziabili e quali invece quelli in cui sei più flessibile?

Partiamo dalla flessibilità. La cosa più flessibile di tutte per me è il modulo.

Fra le cose per me non negoziabili, la principale è il modo di difendere a zona. Trovo difficile poter cambiare questa mia convinzione in futuro, a meno che non cambino le regole stesse del gioco.  Per me bisogna difendere in funzione dello spazio, della palla, del compagno e solo alla fine dell’avversario.

Ti spiego anche il perchè del fatto che si tratta di un principio per me non negoziabile. Prima di tutto perchè riflette un mio pensiero, una mia convinzione e non potrei mai “vendere” ai giocatori un’idea differente da questa. Secondariamente perchè con la difesa a zona sei in controllo anche quando difendi, sai sempre come posizionarti e in che circostanza farlo. In ultimo, una volta riconquistata palla, ci troveremmo tutti sempre in posizione, mantenendo inalterata la nostra struttura prestabilita.

Potrei aggiungere che riflette anche una parte “umana” del mio modo di essere. Per me il collettivo conta più dell’individuo.

Non demonizzo chi ha idee differenti dalla mia, si tratta di dover fare delle scelte, sapendo che nel calcio si tratta di avere una coperta che ti copre per tre quarti e che da una parte o dall’altra qualcosa concedi. Con la scelta della difesa a zona noi ci precludiamo il fatto di essere ultra aggressivi nell’ultimo terzo di campo per non derogare sulla compattezza, per esempio, o la possibilità di effettuare un numero maggiore di anticipi per il fatto di non muoverci prima che parta la palla.

Queste tue parole mi portano a quanto ha più volte ripetuto mister Ulivieri alle lezioni del corso di Coverciano, secondo cui il calcio moderno ha preso una direzione secondo cui si va sempre più verso una costante alternanza di difesa a uomo e difesa di reparto all’interno di ogni partita.

Verissimo, molte squadra già lo fanno portando una difesa a uomo nella metà campo avversario e a zona nella propria.

Ci sono alcune prerogative della mia squadra per cui però io preferisco non farlo.

Considerando lo stereotipo sulla scarsa cultura tattica americana mi viene spontaneo chiederti se hai trovato difficoltà nel trasferire ai tuoi giocatori i principi della difesa di reparto.

Sì e no. Sì perchè ho dovuto cambiare le abitudini di molti giocatori che fino a quel momento non erano abituati a fare certi tipi di movimenti o di pensieri. No, perchè se sei convinto di ciò che fai e ciò che dici, non ci metti tanto tempo a farlo.

Si tratta di un processo e come tutti i processi richiede tempo, quanto dipende dalla qualità del lavoro, dalla qualità delle informazioni che si forniscono ai giocatori e dalla loro predisposizione all’apprendere.

Hai un metro di giudizio per valutare l’apprendimento?

Il modello di gioco è il metro di giudizio. Prima di tutto ci tengo a precisare che per me il modello di gioco è differente dall’idea di gioco.

L’idea è il concetto generale, il modello è molto più specifico, a che ha fare con ciò che puoi e non puoi fare con i giocatori a disposizione. E’ un documento che deve essere dettagliato in tutti gli aspetti.

Il modello di gioco rappresenta la perfezione del calcio che vorremmo e il comportamento e le conoscenze dei giocatori rapportate al modello di gioco che stiamo implementando ci fornisce la misura del loro miglioramento nel tempo.

Quando sei stato chiamato per guidare i Whitecaps hai ereditato una situazione piuttosto complicata. La squadra stava facendo molto male e si trovava in penultima posizione. Dopo il tuo avvento i Vancouver sono stati, classifica parziale alla mano, la migliore squadre dell’MLS guadagnandosi il primo storico accesso ai playoff del club. Quali tasti hai toccato?

Innanzitutto credo di essere stato facilitato dal fatto di essere stato il vice allenatore della squadra l’anno precedente. Conoscevo già il 60% circa della squadra e dunque avevo già un’idea di ciò che secondo me doveva essere cambiato.

Ho deciso di fare le cose per gradi e la prima cosa su cui ci siamo concentrati è stata il modificare un aspetto del 4-3-3 impostato dal mio predecessore. Agli esterni molto larghi, posizionamento che rendeva le distanze fra gli attaccanti molto dilatate, ho preferito due trequartisti centrali che potessero fornire linee di passaggio più vicine e maggiore densità in fase di non possesso. In settimana abbiamo studiato due soluzioni offensive e ho avuto fortuna: due dei quattro gol che segnammo nella mia partita d’esordio furono segnati grazie ai movimenti preparati in settimana. Il giorno dopo erano tutti famelici di avere informazioni tattiche.

In quel momento avevo la convinzione che quella squadra dovesse cambiare sistema per giocare con la difesa a tre ma decisi di non essere troppo invadente e, pur avendo dato durante gli allenamenti qualche prima infarinatura di 3-5-2, la partita successiva riconfermai la formazione della domenica precedente. Il primo tempo fu deludente, eravamo sotto 1-0 così all’intervallo decisi di rischiare e mettere in atto le mie convinzioni, passando al nuovo modulo. Ribaltammo la partita e da quel momento è iniziata con i miei giocatori una sorta di luna di miele in cui recepivano tutto ciò che io gli proponessi.

Al tuo arrivo hai posto alla squadra degli obiettivi?

No. Per me l’obiettivo è giocare ogni domenica sempre meglio e cercare di vincere tutte le partite.

Lunedì inizieremo la stagione e il mio primo discorso non avrà a che fare con obiettivi in termini di risultati o di classifica, ma di miglioramento di noi stessi.

Cerco sempre di porre il focus su noi stessi, avvalendomi dei tanti nuovi mezzi che adesso ci sono a disposizione, come i dati per esempio. Mi reputo un fanatico della data analysis.

Quali sono i dati che ti interessa maggiormente osservare?

I dati principali sono gli expected gol e gli expected threat.

Poi osservo dati che descrivono la maniera in cui creiamo o subiamo occasioni da gol, piuttosto che quelli per misurare la nostra intensità di pressing.

Considera che la nostra proprietà ha fatto fortuna con i software di dati pertanto puoi immaginare quanto la società ci creda. Li utilizziamo molto anche nelle situazioni di palle inattive, non solo attraverso la valutazione dei parametri di xG, ma anche con indici che ci permettono di valutare quante volte e con quale efficacia i nostri giocatori eseguono i movimenti prestabiliti.

Il dato non cambia la valutazione e l’analisi della partita, ma nel lungo periodo fornisce informazioni utili sull’identità della tua squadra e sugli aspetti da migliorare.

Cosa importeresti del modello calcistico americano in Italia?

Qui in America è piuttosto diffusa la figura dell’head of performance, una figura che coordina tutte le aree, che non da supporto da un punto di vista tecnico ma che assume il ruolo di capo del personale, togliendo molti compiti gravosi all’allenatore.

Culturalmente invece il fatto che c’è molta più formalità nel preparare le cose. Qui prima di ogni seduta di allenamento è consuetudine fare una riunione con tutti i membri dello staff per metterli al corrente di ciò che si andrà a fare in campo e non parlo di staff tecnico, con il quali mi confronto “privatamente”, ma di staff allargato, con fisioterapisti, magazzinieri e tutti gli altri componenti. E’ un qualcosa che da responsabilità e rispetto dei ruoli.

Infine mi piacerebbe che in Europa ci fosse il salary cap. Renderebbe le competizioni molto più equilibrate, fornendo a più squadre la possibilità di essere competitive.

fonte Areacoach 2024

 


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